La Cappella di San Pietro a Corte

La cappella Palatina di San Pietro a Corte, affacciata sul laghetto San Pietro a Corte, lungo via dei Canali, è l’unico ambiente superstite del mirabile palazzo fatto edificare a Salerno dal Duca di Benevento Arechi II, all’indomani della caduta del regno longobardo d’Italia nelle mani dei Franchi di Carlo Magno. Arechi II, genero dell’ultimo re dei Longobardi, Desiderio, aveva dato vita nelle terre meridionali del Regno ad un interessante progetto edilizio che, dopo Benevento, aveva riguardato Salerno: l’area urbana era stata ampliata, il circuito difensivo delle mura e delle torri che chiudevano la città era stato ricostruito e potenziato, nel cuore dell’insediamento urbano veniva edificato il palazzo ducale dotato di una cappella privata e, nella zona meridionale della corte, trovava posto un complesso abbaziale intitolato a San Giorgio. A Salerno veniva restituita la ‘dignità’ di città e il potenziamento di un altro centro urbano, all’interno del vasto territorio del Ducato di Benevento, avrebbe consentito al popolo longobardo di resistere alle pretese di conquista del re dei Franchi, conservando i territori più meridionali del Regno per altri trecento anni, fino all’avvento dei cavalieri Normanni.
Di tale grandioso progetto politico rimane memoria nella cappella di palazzo voluta dal principe-duca Arechi II, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, e nel toponimo ‘a Corte’, che ancora oggi caratterizza e, in qualche modo, delimita l’aria del centro storico di Salerno che un tempo dovette rientrare nel perimetro della corte longobarda. Si tratta di una chiesa privata, alla quale si accedeva direttamente dall’interno del palazzo, attraverso un loggiato, che doveva creare una passeggiata scenografica tra le sale del palazzo e l’ingresso della cappella. Secondo le informazioni che è possibile desumere dal Chronicon Salernitanum, un’opera anonima scritta a Salerno nella seconda metà del X secolo, la cappella era stata situata a nord del complesso residenziale arechiano e costituiva la parte più settentrionale dell’intero palazzo.
Le indagini archeologiche condotte hanno confermato le notizie fornite dall’anonimo cronista salernitano e hanno restituito una stratigrafia piuttosto articolata che arriva fino alle fase di vita più antica della città di Salerno, rintracciate ad una profondità di circa sette metri sotto l’attuale livello di calpestio. Alla fase romana del castrum Salerni, vanno riferiti i resti di un consistente impianto termale, attivo tra il primo ed il terzo secolo dopo Cristo e situato esattamente sotto il complesso palaziale arechiano.
Sul finire del V secolo vi si impiantò una chiesa cimiteriale, le cui sepolture vennero alloggiate nel pavimento termale è lungo i muri perimetrali dell’ambiente. Le lastre tombali trovate in sito, non violate, hanno permesso di leggere i nomi e l’età dei defunti, con la data della sepoltura, aprendo uno spaccato interessante sull’onomastica salernitana e sulla variegata composizione della società nei secoli V e VI. Il principe Arechi II, prima di dare inizio ai lavori di costruzione del suo monumentale complesso palaziale, desidera restaurare il pavimento della piccola chiesa sepolcrale, ricostruirne le volte crollate, creando una sorta di cripta.
Il complesso arechiano doveva raggiungere un’altezza considerevole, dominando sul resto delle costruzioni che si trovavano all’interno del perimetro murario di Salerno le quali, fatta eccezione forse solo per il palazzo vescovile e la Cattedrale, consistevano probabilmente in povere case di legno e paglia ad un solo piano. Il rivestimento pavimentale era stato realizzato recuperando diverse quantità di marmi romani provenienti dallo spoglio degli ambienti termali sottostanti. La parte bassa della parete absidale era stata impreziosita, utilizzando tessere in marmo miste a tessere realizzate con una lamina a foglia d’oro, mentre le pareti laterali e i sottarchi delle finestre ospitavano decorazioni ad affresco. L’apparato decorativo della Cappella risultava concluso da un’epigrafe decorativa, che correva all’interno della chiesa, lungo le pareti laterali, ed era stata scolpita sul lastre di marmo bianco riutilizzate.
Dal 1939 la chiesa è divenuta sede della confraternita di Santo Stefano. L’ambiente sottostante alla cappella ospitò, oltre alla chiesa cimiteriale, un piccolo oratorio collocato nel vano più orientale dei due nei quali risultato diviso il frigidarium romano.
Oggi sono visibili una serie di affreschi, che ritraggono figure di santi in posizione iconica a due Madonne in trono con il Bambino. Un altro dipinto, leggibile all’interno dell’oratorio, mostra, invece, un vescovo acefalo accanto a un cavallo lanciato al galoppo, per il quale è evidente una fattura differente rispetto alle immagini dei santi e una datazione più tarda. Addossata alla cappella di San Pietro a corte, sul lato nord, si trova un’altra piccola cappella: quella di Sant’Anna. La veste attuale della cappella è da riportare al secondo decennio del XVIII secolo, con la volta mirabilmente decorata da Filippo Pennino, che ritrasse ‘La natività della Vergine’ ma, lungo la parete meridionale della cappella, si conserva un altro dipinto che ritrae Sant’Anna con la Vergine bambina e due santi, la cui datazione è ascrivibile al pieno XVI secolo.


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