La Cattedrale di San Matteo

La cattedrale di San Matteo è un edificio che si intreccia intensamente con la vita e con la storia della città di Salerno. In essa si coniugano una straordinaria vitalità religiosa ed un enorme interesse artistico e storico. Basti pensare che vi sono custodite le spoglie di San Matteo e del Papa Gregorio VII per avere la percezione del suo valore religioso. Ma tanto valore spirituale si salda pienamente con altissime espressione di cultura artistica ed architettonica che manifestano una stratificazione di primissimo ordine a livello mediterraneo per il Medioevo e di stampo europeo per l’età moderna.
La data di fondazione si colloca sicuramente dopo la conquista di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo, il 13 Dicembre del 1076, e trova un riscontro significativo nella lettera del papa Gregorio VII (settembre 1080) all’arcivescovo Alfano I, il quale, in precedenza, lo aveva informato del ritrovamento della spoglie di San Matteo. Questo evento determina un livello progettuale grandioso indirizzando le scelte verso un’opera maestosa per l’epoca, capace di esaltare sia il valore del committente, Roberto il Guiscardo, sia quello della Chiesa, di cui si professa difensore. Dopo solo sei mesi, la cripta era pronta per l’inaugurazione com’è ben dimostrato dalla data Marzo 1081 che si legge sulla faccia di alcune lapidi ivi conservate. Subito dopo si è passati alla costruzione della basilica superiore procedendo, come era consuetudine nei cantieri medievali, dal transetto verso l’ingresso. L’ultimazione dei lavori avvenne entro l’estate 1084, anno della sua consacrazione.
La forma della chiesa è ispirata a quella dell’Abbazia di Montecassino.
Un’analisi dei rapporti spaziali colloca il duomo di Salerno, nonostante la forma tradizionale, come un elemento di assoluta novità nel panorama regionale. La prima viene dalla forma della cripta ad aula, con lo spazio scandito da colonne e con le absidi in corrispondenza con quelle del transetto superiore.
L’aspetto attuale del duomo, però, corrisponde per ampia parte alla ristrutturazione barocca, seguita al violento terremoto del 5 giugno 1688 il quale danneggiò gravemente la cattedrale, che era già in precarie condizioni statiche. Il risultato, di questi interventi, fu lo sconvolgimento dell’originario assetto medievale, producendo un aspetto estetico assolutamente ibrido. Agli inizi del settecento, un nuovo progetto di ristrutturazione snaturò l’intero edificio, con nuove robuste strutture che hanno inglobato nei pilastri le colonne che ricadevano nel nuovo tracciato e abbattendo quelle che ne restavano fuori.
La vista al monumento inizia dalla Porta dei Leoni, che costituisce un insieme straordinario della scultura medievale campana, con la coppia di leoni monumentali posti sui lati e la decorazione dell’architrave di stampo tardoantico, la cui datazione segue quella dell’epigrafe entro i primi decenni del XII secolo.
Il quadriportico rappresenta uno spazio molto suggestivo ed originale sia per la sua ambientazione mediterranea, dovuta alla decorazione a tarsie lapidee delle pareti dei bracci lunghi, sia per la presenza di numerosi sarcofagi, le sepolture della nobiltà locale nel Medioevo. Il Chiostro è circondato da un porticato retto da 28 colonne di spoglio, su cui si innalzano i piedritti degli archi a tutto sesto rialzato, che riecheggiano costruzioni influenzate da tipologie islamiche. Al di sopra dei bracci laterali corre un loggiato composto da due coppie di pentafore simmetriche disposte ai lati di una bifora.
Il quadriportico è arricchito su tutti i lati da una serie di sarcofagi, da lapidi e pezzi erratici murati alle pareti, e da affreschi. La loro sistemazione non segue alcun ordine cronologico o di importanza, ma solo criteri abusivi succedutisi nei secoli.
Le sepolture, nella maggior parte dei casi, consistono nel reimpiego di antichi sarcofagi romani. Si tratta di un costume che viene documentato già nell’ XI secolo e si irradia almeno fino alla fine del XV secolo, con ampia diffusione in periodo gotico.
Sul lato meridionale si trova un corpo di fabbrica su due piani, noto come sala San Tommaso, originaria Cappella di Santa Caterina, dove fino al XVI secolo si tenevano le lezioni della Scuola Medica Salernitana e dello Studio di Giurisprudenza.
Addossato al lato meridionale del quadriportico è collocato il monumentale campanile normanno, che si eleva in altezza per quasi 52 metri con una base di circa 10 metri per lato. Da una lapide murata sulla fronte meridionale si legge che committente fu Guglielmo da Ravenna, arcivescovo di Salerno dal 1137 al 1152.
La porta all’ingresso principale della Chiesa è in lega metallica, comunemente detta bronzo, è uno dei sei esemplari esistenti in Italia, lavorata direttamente a Costantinopoli. La prima di queste è la porta di Amalfi 1066, alla quale fanno seguito quelle di Montecassino, Atrani, San Marco a Venezia, Monte Sant’Angelo e Salerno. Essa è composta da 54 pannelli fissati sul portone di legno attraverso grossi chiodi. Di essi ben 46 sono decorate con una croce stilizzata su un altare mentre i restanti pezzi presentano l’immagine di un santo ottenuto con la tecnica dell’egemina. La porta fu commissionata dai coniugi salernitani Landolfo e Guisana Butrumile raffigurati ai piedi di San Matteo.
Il portale lapideo e decorato secondo un gusto medievale, di imitazione classica imperiale, con fitti racemi intrecciati dove è collocata ogni sorta di fauna e flora. Il loggiato sulla facciata è una trasformazione settecentesca della configurazione medievale, arricchito da tre statue marmoree realizzate da Matteo Bottiglieri alla fine degli anni trenta del XVIII secolo.
Entrando nella chiesa c’è da segnalare sulla porta centrale il mosaico di fattura bizantina-monrealese di San Matteo, della fine del XII secolo. Nelle due lunette sovrastanti le porte laterali sono collocati due affreschi, realizzati da Filippo Pennino nel XVII secolo, raffigurante, a nord, i tre santi martiri Caio, Fortunato ed Anthes, protettori della città insieme a San Matteo e, a sud, lo sposalizio mistico di Santa Caterina d’Alessandria, alla cui devozione era legata la Scuola Medica Salernitana. Al centro della navata centrale si incontrano due gioielli dell’arte medievale meridionale, i due amboni e l’area del coro, corrispondente oggi alle manomissioni dei lavori settecenteschi. in questa occasione fu demolita la parete divisoria, l’iconostasi, e creata l’ampia apertura con un nuovo accesso agli amboni, portati entrambi alla stessa altezza con uno pseudo ballatoio.
Sulla sinistra è collocato l’ambone piccolo, utilizzato per la liturgia dell’Avvento, detto anche Guarna dal nome del committente, l’arcivescovo Romualdo II, scritto a mosaico sul parapetto della cassa. Esso è splendidamente decorato da sculture e mosaici, intrecciati in una composizione unitaria. Un’eccezionale invenzione è data dallo smussamento degli angoli della cassa, nei cui alvei dei lati della fronte sono inserite due figure di telamoni inturbantati. I capitelli delle quattro colonne sono tutti figurati con piccole sculture, che ripropongono la raffigurazione delle forme di vita sulla terra.
Il secondo ambone, più ampio e monumentale del primo, è collocato sul lato destro, e viene utilizzato per la liturgia del Sabato Santo avendo, in origine, al suo lato, il fonte battesimale. Esso è composto da dodici colonne su cui poggia la vasta cassa i cui lati a vista sono decorati da plutei musivi, tutti in pasta vitrea, con il motivo del quinconce ben noto nell’arte bizantina. Sull’ambo sono collocati due gruppi scultori, entrambi con la funzione di leggio. Uno è la coppa di diaconi, che è rivolto verso il coro, di cultura provenzale. Il secondo è il vero lettorino composto dall’uomo, nelle spire del serpente, artigliato all’aquila.
L’interno del coro è ricoperto lungo tutto il perimetro dagli stalli lignei donati dall’arcivescovo Girolamo Seripando, in sostituzione di un altro più antico. Il pavimento musivo, invece, è in rapporto con quello del transetto, fatto realizzare dall’arcivescovo Romualdo I. I mosaici sono disposti secondo una logica romana con una fascia centrale, che assecondava il percorso dei chierici verso l’altare e viceversa, con grossi pannelli laterali di copertura dello spazio rimanente. Tecnicamente, essi conservano gran parte del repertorio figurativo delle maestranze campano-laziali della prima metà del XII secolo e non sono assimilabili a quelli siciliani. Il transetto presenta il pavimento anch’esso interamente coperto da mosaici, che danno il senso di una cultura regionale che fonde memorie bizantine con istanze cosmatesche romane. La loro datazione è fissata tra il 1121 e del 1136 periodo dell’episcopato di Romualdo Guarna, il cui nome è scritto a mosaico davanti all’altare maggiore. Nel centro dell’abside principale è collocata la cattedra di Gregorio VII, composta da due braccioli marmori con motivo a zampa felina di memoria imperiale romana.
Molto intriganti sono i frammenti di mosaico che decoravano in origine la parete e l’abside centrale, di cui sono visibili la testa dell’angelo di San Matteo, l’aquila di San Giovanni e resti della cornice, sul cui modello è stata ricostruita la restante parte. Essi lasciano intravedere con la massima chiarezza un riferimento alla decorazione delle chiese romane paleocristiane e medievali del XII secolo.
Sul lato settentrionale nei pressi della sacrestia, è collocato il monumento funebre dell’arcivescovo Nicolò Piscicelli, realizzato da Jacopo della Pila, uno dei principali scultori dell’arte Aragonese a Napoli.
L’abside settentrionale, detta del Santissimo Sacramento ovvero di San Giovanni, presenta due riquadri laterali, raffiguranti La Comunione degli apostoli e La caduta della manna, opera del pittore Angelo Solimena, pittore tardo naturalista aperto alle istanze barocche il catino è decorato da un grande mosaico, integrato ad affresco, già agli inizi del XV secolo, che raffigura il battesimo di Gesù nel giardino.
Sulla parete absidale è collocato il monumento funebre dell’arcivescovo Paolo Vilana Perlas, morto nel 1729 a Napoli, il cui corpo fu traslato a Salerno per averne degna sepoltura.
Sulla parete del pilastro opposto è collocato il monumento funebre dell’arcivescovo Isidoro Sanchez de Luna, realizzato nel 1771.
Sulla parete tra l’abaside maggiore e la meridionale è collocato Il sepolcro dell’arcivescovo Gregorio Carafa, realizzato nel 1668, prima della sua morte avvenuta il 1675.
L’abside meridionale è detta anche delle Crociate o di Gregorio VII, in quanto vi è conservato il sepolcro del grande papà II Debrando di Soana, composto dal reimpiego di un sarcofago romano del primo secolo d.C. a brucani con ghirlande, sul quale in età moderna sono state scolpite le chiavi petrine. L’intera calotta e decorata da mosaici raffiguranti San Matteo ed altri Santi con le piedi il committente Giovanni da Procida.
Numerose opere d’arte sono collocate anche nelle cappelle laterali. Partendo dalla navata meridionale si incontra nella prima cappella, della famiglia Mazza, un altare progettato da Ferdinando Sanfelice mentre il dipinto raffigurante San Gennaro è opera di Francesco Solimena databile anch’essa al 1725.
La cappella successiva, della famiglia De Vicariis, costituisce uno dei pochi monumenti rinascimentali il cui altare contiene il dipinto raffigurante l’adorazione dei magi con S. Elena nella lunetta, copia del 1814 realizzata dal pittore Gioacchino Vitiello in sostituzione dell’originale su tavola di Andrea Sabatini da Salerno. La parte più importante è rappresentata dalla predella della cona marmorea con una serie di pannelli scolpiti in bassorilievo raffiguranti La passione di Cristo, la cui fattura denuncia un’influenza della cultura degli scultori spagnoli Bartolomeo Ordonez e Diego De Siloe, attivi a Napoli nella metà del secondo decennio del XVI secolo.
La terza cappella era dell’arcivescovo Bonaventura Poerio, il finanziatore dell’immensa opera di ristrutturazione della Cattedrale, dedicandola a Sant’Anna.
Fra le cappelle successive va ricordata quella della famiglia del Pezzo, importante per la presenza delle sculture a mezzo busto dei monumenti funebri di Pietro Del Pezzo e del fratello Antonio, raffigurati, secondo la cultura dell’epoca, con i simboli della propria dignità civile.
Ad essa segue la cappella della Purificazione contenente un collocato con La presentazione al tempio di Gesù, opera del pittore Matteo Chiariello, attivo in città nel terzo decennio del XVII secolo.
Nell’intercapedine con la cappella precedente è venuto fuori un affresco rivolto verso la strada, probabilmente appartenente ad una cappella dell’antico cimitero, raffigurante La Madonna con il Bambino è Sant’Antonio Abate, la cui fattura denuncia uno stile provinciale della cultura gotica, databile agli ultimi decenni del XIV secolo.
Sulla parete di fronte è collocata la tomba di un guerriero angioino della metà del XIV secolo.
Fra le cappelle del lato settentrionale va segnalata quella Lembo, realizzata nel 1722 su progetto di Ferdinando Sanfelice con lo scultore Matteo Bottiglieri ed il pittore Francesco De Mura, allievo di Francesco Solimena.
Ad essa segue la cappella Pinto dov’è collocata la statua lignea gotica di Santa Maria Degli Angeli, databile alla seconda metà del XIV secolo, la quale fino agli anni trenta del XVIII secolo era stata la corona dell’altare maggiore della cattedrale.
Alla fine della navata, verso il transetto, è collocato il monumento funebre della regina Margherita di Durazzo, madre del re Ladislao, morta di peste ed Acquamela nel 1412, dove si era rifugiata per sfuggire al morbo.
L’opera è stata eseguita dallo scultore di corte, Antonio Baboccio da Piperno, il principale scultore della corte durazzesca fra fine Trecento e i primi decenni del Quattrocento. La struttura architettonica, ancora di tipo arnolfiano, segue nelle linee essenziali quella dei monumenti funebri gotici ampiamente diffusi nel Trecento, ma non nasconde una valenza ideologica che si manifesta nella collocazione delle singole parti.
Sul lato sinistro del transetto, si trovano la sacrestia ed un’altra serie di corpi di fabbrica non originari ma aggiunti nel corso dei secoli. Sull’altare è stato trasferito il dipinto raffigurante L’apparizione della Vergine con il Bambino e Sant’Anna e Sant’Antonio, opera tarda di Mattia Preti.
Sul lato si trova la Cappella del Tesoro, decorata con la raffigurazione de Il Paradiso Salernitano, dipinta dal pittore beneventano Filippo Pennino nel 1730. Nel piccolo vano sono conservate cinque statue d’argento la più importante delle quali è certamente quella di San Matteo, opera dell’ingegnere napoletano Nicola de Aula, datata 1691. Sulle pareti sono aperti anche quattro armadi a muro, trasformati in vetrine espositive, dove si trovano anche preziosi pezzi di argenteria gotica come il Braccio di San Matteo, il Reliquiario della Vergine, la Mano di Santa Anastasia, il Braccio di Sant’Agata e il candeliere detto La Settima, il Reliquiario di Santa Caterina.
La cripta è composta da un’unica grande aula tribsidata, tripartita da una doppia fila di colonne di spoglio, che hanno la specifica funzione, insieme ad altre collocate gli angoli e all’interno delle absidi, di sostegno del transetto superiore. Come la si vede oggi, però, corrisponde ai lavori eseguiti agli inizi del Seicento ad opera degli architetti Domenico e del figlio Giulio Cesare Fontana, i quali hanno sfruttato la centralità del sepolcro di San Matteo, Il luogo più sacro di tutta la chiesa ed intorno al quale ruotano tutti gli altri spazi. La doppia statua bifronte è opera dello scultore fiorentino Michelangelo Naccherino, il quale appone la sua firma con la data 1606 sul metallo del santo. Gli affreschi della volta sono distribuiti in trentasei ovali e raffigurano la essenza di Cristo dell’Annunciazione a Maria ai miracoli della vita pubblica. I dipinti furono realizzati entro il 1611 da Belisario Corenzio, uno dei protagonisti del tardo manierismo napoletano. L’abside centrale è stata anche la cappella della Scuola Medica Salernitana, i cui membri hanno eretto, nel 1753, l’altare in commesso marmoreo oggi visibile e commissionato, nel 1680, le tre statue in bronzo dei Santissimi Martiri. Recenti scoperte documentarie hanno dimostrato che se sono opera di Giovan Domenico Vinaccia, uno dei principali scultori barocchi napoletani.
Lungo le pareti della cripta sono collocate dieci statue di cui ben nove realizzate da Francesco Ragozzino nel 1759, raffiguranti i primi vescovi salernitani.

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